COSTUME E SOCIETA'

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BARGAGLI, UN LUNGO ELENCO DI OMICIDI RIMASTO NELL’OMBRA

 

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Giorgio De Rienzo, scrittore e critico di punta del Corriere, dedicò al caso uno dei suoi romanzi: Il mostro di Bargagli (Rizzoli), riportandone la storia alla ribalta.


Tra l'immediato dopoguerra e la metà degli anni Ottanta, un'impressionante catena di delitti ha sconvolto questa piccola località dell'Appennino ligure, posta all'inizio della Val Bisignano, a soli venti chilometri da Genova. In tutto ventisette omicidi: nove compiuti nei giorni successivi alla Liberazione e diciotto a partire dal '61, anno di ripresa della strage.

Per i crimini di Bargagli, ancora oggi, non esiste un colpevole. Una lunga vicenda giudiziaria, quattordici mandati di comparizione e un'inchiesta aperta e chiusa più volte, hanno portato soltanto ad un'assoluzione degli indagati: tutti ex partigiani. Nomi oramai sconosciuti, che all'epoca riempirono le colonne dei giornali: Pasquale "Pasqua" Buscaglia, membro della Volante Partigiana e medaglia d'argento della Resistenza; Francesco "o bregadé" Pistone; Dino "Pierre" Spallarossa, membro delle Squadre d'Azione Partigiane (Sap); Orfeo "Fuoco" Cavelli, membro Sap; Silvio "Pirri" Ferrari, capo della Volante Partigiana; i fratelli Alfredo e Renato Olcese, entrambi partigiani; Ercole Nirso; Giovanni Bruni Mezzadra e Amedoro "Medoro" Cevasco, macellaio e membro Sap. L'intreccio "letterario"


A metà degli anni ottanta sui giornali di cronaca si leggeva:


La storia del "mostro di Bargagli" è arrivata al momento decisivo: nel paese, ma anche a Palazzo di giustizia, è tornata la tensione. Nessuno parla più e tutti si chiedono: questa volta scatteranno davvero le manette? E quando finirà questo incubo?
L' incubo è cominciato in tempo di guerra. A Bargagli, come in tanti altri paesi dell' entroterra, sono accaduti episodi che con la Resistenza avevano poco a che fare: i partigiani "veri" erano in montagna a combattere e non erano molti.

Nel fascicolo sul giallo di Bargagli ci sono le ventidue pagine dattiloscritte in cui il sostituto procuratore Maria Rosaria D' Angelo chiede di arrestare dodici persone: una decina sarebbero coinvolte nell' atroce delitto dell' appuntato dei carabinieri Carmine Scotti (12 febbraio 1945) torturato orrendamente prima del colpo di grazia.

Gli altri due sarebbero responsabili di almeno un paio degli altri omicidi (quelli certi sono quattro, quelli sospetti una decina): Gerolamo Canobio, il "Draghin" colpito a randellate in testa dodici anni fa mentre tornava a casa di notte, a Giulia Viacava, la "Ninì", uccisa allo stesso modo due anni dopo. Molti indizi esistono anche per l' uccisione di Giuseppe Federico Musso, "Dandanin", il becchino del paese trovato con la testa fracassata ventitre anni fa, e la baronessa Anita de Magistris, vedova di un ufficiale tedesco, uccisa anche lei a randellate, di notte, mentre tornava a casa, l' anno scorso.
In paese c' era gente che approfittava della situazione per fare fortuna. La "banda dei vitelli" (o dei "macellai") aveva radici ben organizzate: c' era chi sequestrava il bestiame, chi lo macellava, chi lo portava a Genova per venderlo a borsa nera (le donne, che lo nascondevano sotto la sottana).
Era una "guerra" privata e senza scrupoli, qualcuno disseppelliva anche gli animali malati per sfruttare al massimo questo commercio. L' appuntato Scotti fu un po' il "prefetto di ferro" per questa mafia della carne: fece processare e condannare le donne, denunciò gli uomini.
Dopo l' ultima condanna scattò la vendetta: qualcuno gli scrisse (nel frattempo era andato in montagna coi partigiani) per dirgli che gli avevano svaligiato la casa. Lui arrivò col nipote: lo chiusero in una stanza, lo "processarono", lo portarono in "via crucis" sui monti, fino a Roccatagliata di Neirone. Gli cavarono gli occhi, lo legarono a una stufa accesa e gli spararono il colpo di grazia.

 
Finita la guerra nacque una "chanson de geste" su questa "impresa": la cantavano nelle balere brindando alla "banda dei vitelli". Poi ci fu un primo processo a Chiavari: finì in un nulla di fatto perchè non si era trovato l' esecutore del colpo di grazia.

La storia di Carmine Scotti restò così nei mormorii della gente, nei pettegolezzi da osteria e spesso si intrecciava con un' altra vicenda: la spartizione del "tesoro" di Barbagli, la zecca di un battaglione tedesco in ritirata che nel bosco della Tecosa si arrese ai partigiani.
Un po' tutti, compresi i civili sfollati, andarono a caccia dei rotoli di banconote. Qualcuno fece grandi fortune, comprò palazzi interi, si sistemò per tutta la vita.


Tra un gruppo di partigiani ci sarebbe stato un vero e proprio regolamento di conti con morti ammazzati.


Sono cose che nei piccoli paesi lasciano il segno, e il tempo non sempre lo cancella. A volte lo dilata, crea delle ossessioni. La voglia di parlare è forse cresciuta inconsapevolmente, diventando automaticamente un' arma di ricatto. Sono cominciate le paure, l' omertà, ma anche le allusioni, le frasi sibilline su quei "segreti". E sono cominciati i delitti. Dandanin Musso fu uno dei primi: forse perché aveva dissepolto il corpo di Scotti? Draghin Canobio, un chiacchierone che amava bere, il secondo: forse perché sapeva troppo del massacro di Scotti e ne parlava? La "Ninì" Vicava fu la terza, uccisa quasi certamente da chi aveva ammazzato chi si confidava con lei, cioè il Draghin. Fu dopo quel delitto che la procura di Genova cominciò a svelare una parte di quegli antichi misteri. Ma il giudice Luigi Carli ricevette l' ordine di non indagare più. Formalizzò l' inchiesta chiedendo di incriminare per favoreggiamento Francesco Pistone, un ex carabiniere in pensione ("Ho la coscienza a posto" ha sempre dichiarato). Sembrava che la storia del mostro finisse lì. Invece l' anno scorso hanno ucciso una baronessa che insegnava canto e forse indagava per conto proprio sul passato di Bargagli

Per approfondire il caso, esiste il sito del giornalista Rino Di Stefano, che ha raccolto diverse testimonianze

Bargagli, una scia di soldi e sangue lunga mezzo secolo e 23 omicidi

 

 

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