COSTUME E SOCIETA'

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Storie di una volta ? Mamma Ebe, alti prelati e massoneria ..

 

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Nel truogolo di "mamma Ebe", guaritrice, impresaria di vocazioni, appaltatrice di ospizi, è piombata anche la massoneria.

Le perquisizioni dei carabinieri e Villa Gigliola di San Baronto, un paesino del Montalbano fra Pistoia e Vinci, nella "clinica" di Ebe Giorgini hanno portato al ritrovamento della velina di un documento già sequestrato a Giovanni Moneta prevosto del "Preziosissimo Sangue di Gesù", la parrocchia della collina del Fleming, un quartiere residenziale di Roma.

E' la lista di centodieci personalità dell' alto clero iscritte alla massoneria.L' elenco si aprirebbe con i nomi dei cardinali Casaroli, il Segretario di Stato Vaticano e Poletti, Vicario generale della diocesi di Roma.

E' stato il pubblico ministero Luciano Scalia a rivelarlo, in una domanda all' imputata che il tribunale di Vercelli giudica per associazione e delinquere, sequestro continuato di persona, truffa aggravata, violenza privata, esercizio abusivo della professione medica, abbandono di malati.

"Com' è entrata in possesso del documento?" ha chiesto. "Me lo ha dato un monsignore, al quale avevo portato certe persone per la confessione", è stata la laconica risposta di "mamma Ebe". Insieme a quella velina, è stata requisita un' abbondante letteratura sulla massoneria, libri come "Lo stregone a sette teste", "La potenza delle tenebre", "La verità sulla massoneria" e la copia di una preghiera di maledizione contro i porporati in odore di loggia.

Mentre l' imputata si teneva ancorata alla tesi del monsignore spione, il suo difensore Antonio Cristiani si voltava verso i cronisti: "Adesso, avrete capito da dove nasce tutta questa storia. Sono gli stessi nomi, gli stessi documenti che monsignor Marcel Lefevbre faceva circolare ai tempi della sua campagna contro il Concilio e contro la curia romana".

C' è molto da ricamare su questa frecciata e già qualcuno allarga il tiro.

Quella di "mamma Ebe" non sarebbe più soltanto la miserabile vicenda di sfruttamenti in proprio delle crisi mistiche e degli appalti assistenziali, una storia soltanto di furberie, di sadismi, di fanatismi. Dietro, potrebbero far capolino le faide interne al mondo religioso. Si ricorda che gran parte dei profitti ammassati dalla congregazione "Pia Opera Gesù Misericordioso" finiva a Roma, in conti correnti intestati a don Giovanni Moneta, il direttore spirituale della congregazione che solo a partire dal 1982 è entrata nel mirino delle autorità ecclesiastiche, prima troppo caute nel valutare, nel prendere le distanze, nel condannare.

Si rimugina sul fatto che "mamma Ebe", quando si trattò di ritirare le proprie "suore" dall' ospizio di Borgo d' Ale perchè la Curia di Vercelli non voleva concedere la gestione diretta, telegrafò a don Moneta: "Aspetto ordini". La "santona" potrebbe essere stata, insomma, la regista operativa dietro cui si celava un ben più alto stato maggiore.

L' industria di misticismo potrebbe essere stata un canale di finanziamento per foraggiare, magari, l' integralismo cattolico. Sono ipotesi che rimangono a mezz' aria.

Comunque, hanno ridato ossigeno ad un processo che si era incamminato sui binari del prevedibile, e che soltanto nel pomeriggio ha visto la protagonista recuperare un po' di quella voglia di battagliare dimostrata in istruttoria. In mattinata, il carisma di Ebe Giorgini, capace di fare esplodere vocazioni a catena e totalizzanti sacrifici mistici, non ha di certo soggiogato Michele Zeoli, il presidente del tribunale di Vercelli.

Eppure, la "santona" si era esibita, sicura e sprezzante, ai cronisti che l' avevano assediata, mentre si aspettava l' ingresso della corte. Sprezzante e di toni grassocci, contadineschi, lontanissimi dalle suadenze dell' apostolato. "Signora, ce le fa vedere queste stimmate?".

Ebe Giorgini teneva le mani dietro la schiena. "Va a finire che mi devo togliere anche le mutande. Non sono mica un animale, un fenomeno da baraccone. Giornalisti, tutti bugiardi". "E i miracoli?".

Mamma Ebe aveva sgranato i suoi occhi cerulei, ma ferrei e assai poco celestiali dietro le lenti. Aveva scosso le chiome corvine a riccioli non monacali. Ma la sua sprezzante forza si è totalmente sgonfiata, sulla sedia davanti alla Corte. L' astuta imprenditrice di misticismo ha forse subìto il "crac" della sbarra, di quel presidente che tirava al sodo e laicamente evitava i tranelli del soggettivo spiritualismo in cui l' imputata tentava di rifugiarsi.

Ebe parlava con voce flebile, quasi rassegnata al peggio. Non riusciva ad imporsi alla dilagante, spesso sardonica tattica d' interrogatorio del presidente, che sempre accompagnava le sue risposte con un' incredula mimica. Dalla gabbia, i "dodici apostoli", i suoi dodici compagni di catecumenismo e di industrializzazione degli smarrimenti religiosi la seguivano tesi, le facce tirate, pallidi, nella consapevolezza che non si stava mettendo bene, che, al di là di una catena di "nego" e "respingo", Ebe Giorgini non sapeva andare.

Era florido, nel suo clergyman Giovanni Moneta che, per molti anni, ha garantito una parvenza di ufficialità ecclesiastica alle cerimonie del velo e dei voti da seminario con cui la "forza lavoro" di "mamma Ebe" veniva aggregata al carro, ma non ai profitti della congregazione ed andava incontro ad un duro destino di fatica negli ospizi (diciotto-venti ore al giorno) appaltati dalla fondatrice dell' "Opera pia", di disciplina corporale, di sevizie e di bombardamenti a base di psicofarmaci non appena si accennava una ribellione, una presa di coscienza.

Era florido, ma perplesso per quella gragnuola di ironie, di palese scetticismo, di durezza che veniva dal presidente. "Mamma Ebe" altalenava un "lo nego" a un "non è vero", alle domande del presidente che ne demoliva l' immagine, attraverso il racconto dei voti (obbedienza, povertà, castità) che la fondatrice imponeva alle sue adepte, ai suoi "seminaristi", ma guardandosi bene, secondo l' accusa, dall' osservarli, dal metterli in pratica. Obbedienza: non ha mai obbedito alle ingiunzioni (ma tardive) dell' autorità ecclesiastica.

L' imputata si è difesa, parlando di associazione laicale in attesa di un imprimatur. Povertà: la "forza lavoro", che faticava negli ospizi, non riceveva neppure una fettina degli stipendi pagati dagli enti assistenziali tutto finiva nelle tasche dello stato maggiore e permetteva yacht, carrettate di gioielli, appartamenti, conti in banca. "Mamma Ebe" si è difesa: "Certo, esistevano questi beni materiali. Ma bisogna vedere se a me interessavano". Castità. Erano terribili le punizioni per chi sgarrava, ma, sposata due volte, la "mamma", il giorno dell' arresto, aveva accanto a sè un baldo segretario che si rivestiva sullo sfondo di un letto matrimoniale sfatto.

L' imputata si è difesa, negando, come ha negato di avere mai propagandato le sue stimmate: "Le ho sempre considerate una malattia, una croce che mi sono portata dietro". Nel pomeriggio, la bomba massonica. Del resto, qualcuno ricorda la presenza di porporati e di alcuni diplomatici accreditati in Vaticano a Faedis, nell' ultima cerimonia di iniziazione alla congrega. 

 

Articolo firmato da GUIDO VERGANI

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